La tendinopatia rotulea è una sindrome da sovraccarico molto diffusa tra coloro che praticano sport di salto o con cambi di direzione repentini (es. pallavolo, basket ecc), tuttavia può tuttavia presentarsi anche in pazienti sedentari, che magari per motivi lavorativi si trovano a passare gran parte della giornata in posizione seduta; può essere inoltre favorita da alcuni fattori, quali alterazioni biomeccaniche o eterometria degli arti inferiori, sovrappeso, o patologie sistemiche sistemiche (per esempio di tipo reumatologico).

Interessa il tendine omonimo, che collega la parte distale della rotula alla porzione prossimale della tibia, ed è la prosecuzione del tendine quadricipitale; la sua funzione è quella di trasmettere la forza del muscolo quadricipite alla tibia e di estendere il ginocchio. Può colpire il tendine in tutta la sua lunghezza, dall’origine rotulea all’inserzione tibiale.

Sintomi della tendinite rotulea:

Il segno clinico caratteristico è il dolore, localizzato nella parte anteriore del ginocchio, spesso al polo inferiore della rotula, durante o subito dopo la performance sportiva; negli adolescenti può manifestarsi come un’apofisite a livello del tubercolo tibiale (Osgood-Schlatter) o del polo rotuleo inferiore (Sinding- Larsen-Johanssen); il ginocchio può inoltre presentarsi gonfio o rigido, in base all’eziologia e al tempo di insorgenza.

Generalmente viene classificata tra le patologie da overuse, con sollecitazioni ripetute nel tempo che comportano una progressiva alterazione a carico del tendine o delle strutture a esso connesse, configurando un quadro di tendinosi: in questo caso il quadro istopatologico è di un collagene degenerato, con incremento della sostanza base e neovascolarizzazione in assenza di cellule infiammatorie; il concetto di “tendinite” invece implica una condizione infiammatoria, figurando la condizione di problematica acuta e giustificando l’utilizzo di farmaci antinfiammatori nel breve periodo.

Il decorso della patologia è solitamente suddiviso in tre fasi:

Fase 1: il dolore è inizialmente presente solo dopo attività atletica, in assenza di limitazione funzionale

Fase 2: il dolore compare durante e dopo l’attività ma sono ancora in grado di eseguire un buon livello di prestazioni.

Fase 3: il dolore è presente durante e dopo l’attività, ma più prolungato, con difficoltà a mantenere un livello elevato nelle prestazioni sportive; può inoltre manifestarsi anche a riposo e nelle più comuni attività quotidiane.

Diagnosi:

Per fare diagnosi di tendinite rotulea sarà fondamentale la valutazione clinica in cui, attraverso la palpazione, si cercherà di evocare il dolore nella zona interessata. Dal punto di vista radiologico, per conferma diagnostica e stadiazione, viene solitamente consigliata un’ecografia per individuare eventuali aree di lesione o calcificazione a livello di tutto il decorso tendineo, dalla origine fino alla sua inserzione; altri esami radiologici quali radiografie o risonanza magnetica possono essere indicati in caso di necessità di approfondimento diagnostico, di diagnosi differenziale, o qualora si voglia ricercare la causa della tendinite a esempio in alterazioni dell’allineamento biomeccanico dell’arto inferiore.

Come Curare la tendinopatia rotulea?

La riduzione dell’intensità dell’attività fisica, fino al riposo assoluto in casi specifici, è fondamentale per la riduzione dell’intensità del dolore; secondo giudizio clinico può essere indicato l’utilizzo di farmaci antinfiammatori non steroidei, solitamente per un breve periodo, associato all’applicazione di ghiaccio localmente per 10-15 minuti più volte al giorno. Anche l’utilizzo di fasciature compressive o tutori specifici possono servire ad attenuare la sintomatologia, tuttavia non sono risolutive per la problematica.

La fisioterapia specifica infatti ha un ruolo cruciale nel trattamento di tale patologia: il percorso riabilitativo solitamente può prevedere una prima parte di terapia manuale e strumentale (con ausilio di terapie fisiche quali la diatermia, es. Tecar), seguita da una fase di rieducazione funzionale attiva e specifica, guidata dal fisioterapista , e finalizzata anche all’acquisizione di esercizi da effettuare in autonomia a scopo terapeutico e preventivo. Tra i protocolli fisioterapici più condivisi, quelli che prevedono esercizi in contrazione eccentrica del muscolo quadricipite giocano un ruolo fondamentale nel percorso terapeutico, così come esercizi di miglioramento del controllo propriocettivo del ginocchio, di stretching e di rinforzo dei muscoli dell’arto inferiore sofferente.

In caso di scarsa risposta al trattamento potrebbe essere indicato, in associazione alla fisioterapia, anche l’utilizzo di onde d’urto focali extracorporee: l’obiettivo di tale terapia è sicuramente antalgico e antinfiammatorio nel breve periodo, ma soprattutto mirato a contribuire la riduzione delle recidive. Altre terapie fisiche applicabili potrebbero essere ionoforesi, ultrasuoni e TENS (acronimo inglese che sta per Stimolazione Elettrica Nervosa Transcutanea).

Nei casi poco responsivi all’approccio conservativo, su stretta indicazione medica possono trovare spazio anche terapie infiltrative, quali mesoterapia, infiltrazione ecoguidata con PRP (platelet-rich-plasma), proloterapia; il ricorso all’iniezione locale di corticosteroidi è invece utilizzato raramente, per via dei possibili effetti collaterali correlati.

Ogni caso clinico ovviamente è diverso dall’altro, pertanto solo una valutazione clinica adeguata e costante nel tempo, in corso di fisioterapia specifica, può portare al percorso diagnostico-terapeutico più appropriato. Solo casi specifici e ben selezionati possono necessitare di chirurgico, soprattutto dopo una attenta valutazione multidisciplinare in cui si riscontri la prolungata non responsività alle terapie più conservative, oppure qualora si riscontrino lesioni strutturali tendinee a rischio rottura.

Solitamente i comuni quadri di tendinopatia rotulea migliorano fino a risolversi nell’arco di alcune settimane, fino a casi più estremi con necessità di approccio chirurgico con tempi di recupero nell’ordine di alcuni mesi; è fondamentale quindi poter effettuare una diagnosi corretta e tempestiva per intraprendere il percorso riabilitativo personalizzato e più adeguato, rientrando presto alla pratica sportiva ed evitando una fastidiosa e limitante cronicizzazione del disturbo.

 

(Blazina M.E., Kerlan R.K., Jobe F.W., Carter V.S., Carlson G.J. Jumper’s knee. Orthop Clin North Am. 1973;4:665–678)
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