Psicologia dello sport: l'importanza di riabilitare anche la mente - Medical Lab

Psicologia dello sport: l’importanza di riabilitare anche la mente

1. La componente dell’infortunio che spesso tralasciamo: l’aspetto cognitivo. 

L’infortunio sportivo non colpisce soltanto il fisico di un atleta, ma anche la sua dimensione mentale. Uno sportivo infortunato, infatti, non subisce soltanto dolore e/o perdita di salute ma può riportare anche diverse conseguenze psicologiche più o meno gravi (insonnia, problematiche cognitive e/o sociali) (Murphy, 2009). 

Il modello della salute a cui si fa riferimento ai giorni nostri, infatti, è quello bio-psico-sociale. In particolare, si tratta di considerare l’individuo nella sua totalità, senza commette l’errore di assegnare l’intera responsabilità della malattia a soltanto una famiglia di cause, medica o sociale che sia. L’attenzione è posta totalmente sul paziente, inteso come insieme di diverse componenti. In particolare, si prende consapevolezza del fatto che il soggetto costituisce un corpo unito ad una mente immerso all’interno di un contesto sociale. L’approccio bio-psico-sociale sostiene l’idea di un percorso di guarigione influenzabile da fattori di diversa natura e l’esistenza di un potere assegnato non soltanto al medico ma anche al soggetto richiedente cure. Il punto forte di questa visione consiste nel suo approccio sistemico in grado di sottolineare la complessità della salute e la necessità di un intervento multidisciplinare. Si sviluppa l’idea di un trattamento di équipe in cui diversi professionisti cooperano al fine di ottenere una guarigione di uno stesso paziente (Bitti & Gremigni, 2013). 


2. La risposta psicologica dell’atleta all’infortunio sportivo 

Un modello che ci aiuta ad inserire l’atleta infortunato all’interno di un’ottica bio-psico-sociale è il Modello integrato di risposta psicologica all’infortunio e al processo di riabilitazione, creato da Wiese-Bjornstal e collaboratori negli anni ’90 (Wiese-Bjornstal, Smith, Shaffer & Morrey, 1998). In breve, si supporta l’idea per la quale fattori estrinseci (ovvero esterni all’individuo) ed intrinseci (ovvero, interni all’individuo) siano in grado di influenzare la valutazione della situazione attuata dall’atleta che, a sua volta, determinerebbe la messa in atto o meno di una Stress response associata ad un aumento del rischio di infortunio. I fattori appartenenti alla fase pre-incidente sono in grado di intervenire significativamente sulla reazione alla lesione e sul suo recupero. In particolare, si presuppone che le stesse variabili influenzanti la messa in atto di una risposta allo stress siano chiamate in gioco anche nella condizione post-infortunio. Esse, infatti, dovrebbero agire sui fattori denominati moderatori dello stress (valutazione cognitiva, risposte emotive e comportamentali), che a loro volta interferirebbero sulla possibilità di un recupero completo da parte dell’atleta (Albinson & Petrie, 2003). 

Nella condizione post-infortunio, invece, troviamo una relazione circolare, ovvero un’influenza reciproca tra i moderatori dello stress e il risultato della riabilitazione ( Conti, di Fronso & Bertollo, 2015). Questa correlazione può seguire due principali direzioni. Nella prima, ovvero quella più efficace in termini riabilitativi, si ha un effetto ciclico in cui la valutazione cognitiva influenza le risposte emotive, che intervengono sugli aspetti comportamentali, che a loro volta agiscono sul primo step del ciclo. La seconda direzione, invece, è di tipo antiorario e riflette la condizione in cui un atleta non riesce ad ottenere un recupero completo a causa di una mancata aderenza al trattamento proposto (Cox, 2006). In sintesi, l’idea centrale del Modello integrato di risposta psicologica all’infortunio e al processo di riabilitazione consiste nell’influenza che le risposte messe in atto dallo sportivo, rispetto alla condizione di infortunato, hanno sulle sue probabilità di ottenimento di un totale recupero, sia dal punto di vista fisico sia psicologico. 

Per concludere, un ultimo aspetto preso in considerazione dal modello integrato è Bjornstal e collaboratori parlano di variabili personali (es. caratteristiche specifiche dell’atleta e background all’interno del quale si manifesta l’intero processo fino ad ora spiegato. In particolare, Wiese- dell’infortunio) e situazionali (es. aspetti legati allo sport praticato) in grado di intervenire in qualsiasi momento sulla relazione risposta-recupero, soprattutto sulla valutazione cognitiva messa in atto dal soggetto (Wiese-Bjornstal et al., 1998). 


3. La riabilitazione post-infortunio in un’ottica multidisciplinare

Il protocollo di riabilitazione fisica di un danno atletico si suddivide principalmente in 4 fasi: una preoperatoria, due di recupero funzionale e una di ripresa del gesto sportivo specifico. Ognuno di questi step è caratterizzato non solo da particolari condizioni fisiche ma anche da reazioni di tipo psicologico sulle quali è possibile intervenire al fine di migliorare il recupero totale dell’atleta. Nel dettaglio, nella fase di riabilitazione preoperatoria, la maggior parte degli sportivi vive emozioni di tipo negativo, tra le quali emerge maggiormente la paura. Anche dal punto di vista cognitivo, spesso vengono adottate reazioni disfunzionali come, ad esempio, la catastrofizzazione e la negazione (Brewer, 2009; Tracey, 2010). In questo momento, è importante lavorare con l’atleta nella gestione delle emozioni negative, nella valutazione della situazione e nel fronteggiamento della stessa con una definizione dei primi obiettivi (Arvinen-Barrow e Walker, 2013). 

Nella prima fase di recupero funzionale l’atleta vive un importante senso di perdita e di solitudine Da un punto di vista cognitivo, invece, mostra spesso una scarsa o addirittura nulla aderenza alla riabilitazione. Per quanto riguarda le aree di lavoro lo scopo è la creazione di un circolo virtuoso tra motivazione ed autoefficacia (Conti et al. 2016). Altri aspetti su cui poter intervenire in questa fase sono la riduzione dello stress post-infortunio e la gestione delle emozioni ad esso associate (Driediger, Hall e Callow, 2006). 

Nella seconda fase di recupero funzionale l’atleta spesso prova preoccupazione ed ansia rispetto ad un re-infortunio e all’incertezza di quello che potrebbe succedere. Le reazioni cognitive conseguenti sono un’incapacità a valutare oggettivamente i risultati raggiunti e una tendenza a volere recuperare troppo in fretta (Conti et al., 2015). 

Infine, l’ultima fase di ripresa del gesto sportivo specifico è caratterizzata dal tema predominante della paura. Questo è il momento adatto per contrastare percezioni sfalsate e aspettative irrealistiche generatrici di ulteriori emozioni negative (Clement, Arvinen-Barrow e Fetty, 2015). È dunque evidente come un atleta infortunato necessiti di una presa in carico non solo fisica ma multidisciplinare, caratterizzata da un team di operatori composto da figure professionali esperte in ambiti differenti. Uno degli obiettivi di tale collaborazione è evitare di tralasciare l’aspetto cognitivo-emotivo dell’infortunio sportivo e fornire al singolo atleta l’opportunità di recuperare il proprio potenziale a 360 gradi. 

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